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    Sun Mu, Corea del Nord

Loro non sanno che mentre sono in ufficio davanti al computer io sto dipingendo Kim Jong-un con Topolino e Trilly sulla spalla.

Sun Mu

Sun Mu, il Banksy nordcoreano

Nessuno sa chi sia davvero. Fuggito dal Nord Corea negli anni ’90, questo enigmatico artista vive oggi a Seoul, dove dipinge quadri che raccontano la storia del suo paese, una storia di dittatura e divisione.
Da anni vive nell’ombra per proteggere sé stesso e la sua famiglia dal governo di Pyongyang.
Si fa chiamare Sun Mu, ma non rivela il suo volto in pubblico e non si presenta alle sue mostre. Nel documentario “I am Sun Mu” uscito su Netflix si sente solo la sua voce, ma il suo viso non compare mai. Amici e conoscenti siedono al suo stesso tavolo senza conoscerne la vera identità.
Nell’ottobre 2018 ho avuto la fortuna di incontrarlo a Seoul ed ascoltare la sua storia.

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Non posso rivelare la mia faccia. Questo sono io, questa è la mia realtà.
Sun Mu

Com’è vivere nell’ombra?

Non ho scelta: sono un artista nordcoreano fuggito dal suo paese, che esprime le proprie idee politiche senza censure. Quello che faccio potrebbe costare la vita a me e ai miei familiari, che vivono ancora in Corea del Nord.
Per questo non posso permettere che la gente sappia chi sono veramente.
Solo mia moglie, alcuni colleghi del mondo dell’arte e una manciata di giornalisti conoscono la mia vera identità. Ma amici e conoscenti pensano solo che io sia un uomo comune, disoccupato.
A volte è capitato che durante una cena qualcuno parli di questo nuovo artista emergente, Sun Mu, e io sorrido ingenuamente. Altre volte, i miei amici mi chiedono perché non voglia trovarmi un lavoro.
I loro figli gli domandano -“papà, perché il tuo amico non va a lavorare in ufficio in giacca e cravatta come fai tu?”
Loro non sanno che mentre sono in ufficio davanti al computer io sto dipingendo Kim Jong-un con Topolino e Trilly sulla spalla.

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Spogliati dei tuoi strati di ideologie, giochiamo insieme.
Sun Mu

Un’infanzia nordcoreana

Com’è essere bambino in Nord Corea?

Nacqui in un paesino ai piedi delle montagne, lontano dal trambusto della città. Alle elementari io e altri bambini fummo selezionati per cantare: ci esibivamo nelle occasioni speciali, come il compleanno di Kim Il-sung.
Il pomeriggio a volte aiutavamo gli adulti a catturare i cervi che correvano nel parco del paese: si mormorava che la sera venissero mandati nella sua tenuta di caccia vicino a Pyongyang.
Le giornate scorrevano lente e la stessa vita si ripeteva ogni anno, scandita dagli stessi eventi e doveri. E tutto ruotava intorno al compiacimento di Kim Il-sung. Ma non posso dire che non sia stata un’infanzia serena: nella mia mente di bambino il Nord Corea era una sorta di isola felice. Sapevo che c’erano altre duecento nazioni là fuori, ma era un mondo lontano e sconosciuto. Quando guardavo la televisione, vedevo immagini di Seoul rasa al suolo, e riprese di New York City in preda alla povertà, invasa da senzatetto e gente disperata. E così mi sentivo al sicuro: in Nord Corea stavamo bene. Crescendo seppi dare un nome a tutto ciò: noi vivevamo in un socialismo perfetto, lontano dalle società capitaliste che erano marce e corrotte.

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Quando arriva il suo compleanno, tutti i bambini del paese cantano.
Sun Mu

Come hai iniziato a dipingere?

Fu durante il liceo: scoprii che mi piaceva molto disegnare.
C’erano però delle regole da rispettare: ritrarre il volto del leader, per esempio, era severamente vietato.
Un giorno accadde qualcosa di molto strano: sentii il desiderio irresistibile di dipingere la faccia di Kim Il-sung. Era più forte di me. Mi chiusi a chiave nella mia stanza e, pennellata dopo pennellata, feci un ritratto del suo volto. Ma appena lo terminai ebbi paura. Lo bruciai prima ancora che il colore asciugasse. Eppure da quel giorno qualcosa mi fu chiaro: ero bravo a disegnare Kim Il-Sung. Era questo che sapevo fare.

“Kim Il Sung, sei il Cielo della Corea, il Sole della nazione.” Patetico, veramente.
Sun Mu

Scappare dal Nord Corea

Come sei fuggito?

Questa è la parte divertente: io non volevo scappare. Ma negli anni ’90 ci fu una terribile carestia in Nord Corea. La gente moriva di fame.
Avevo dei parenti in Cina: volevo raggiungerli di nascosto per chiedere loro dei soldi e del cibo, e poi rientrare in Nord Corea. Nonostante la fame, credevo ancora nel mio paese. Non volevo lasciarlo.
Non dissi niente a nessuno, e mi spostai al nord, al confine con la Cina. Lì, vi erano molte famiglie nordcoreane che offrivano vitto e alloggio ai dissidenti prima della loro fuga. In cambio, i dissidenti dovevano svolgere le faccende domestiche e lavorare nei loro campi, finché non sarebbero stati pronti per scappare. Rimasi per due settimane in una di quelle famiglie. Di giorno coltivavo le terre in cima alla loro collina. Da lì, vedevo il fiume Tuman. E poi, proprio al di là del fiume, c’era lei: la Cina.
La notte invece mi nascondevo nei campi di tabacco. Al buio, nel silenzio, studiavo la mia fuga: quale strada prendere, come evitare le guardie. La verità è che avevo paura e continuavo ad esitare. Una notte dissi a me stesso che era arrivato il momento. Allora scappai. Attraversai il fiume Tuman: prima a piedi, poi a nuoto.

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Dove andare? Mentre guardavo le stelle nel cielo, ho attraversato il fiume Tuman.
Sun Mu

Cosa accadde in Cina?

Qualcosa andò storto.
Pochi giorni dopo il mio arrivo in Cina, mi dissero che c’erano appena state delle votazioni straordinarie in Nord Corea, e che tutto il popolo aveva partecipato. Questo significava solo una cosa: si erano accorti che ero scappato.
Non potevo più tornare. Probabilmente il governo mi avrebbe ucciso. E se non mi avessero ucciso, sarei stato comunque condannato a un isolamento e ad una vergogna perenne: nessuno mi avrebbe più parlato, compresa la mia famiglia. I dissidenti erano visti come scarti della società.
Finii così per rimanere in Cina due anni. Dovevo nascondermi dalla polizia cinese, che dava la caccia ai dissidenti come me per rispedirli a Pyongyang. Ero diventato un problema anche per le persone che mi circondavano: per quanto loro cercassero di proteggermi, ero un pericolo per tutti quanti. E anche se parlavo cinese, il mio accento nordcoreano mi tradiva non appena aprivo bocca. Non potevo più essere nordcoreano, e non ero cinese: non avevo più una nazionalità. Ero un fantasma.

Voglio vedere, sentire, percepire, mangiare, giocare, possedere.
Sun Mu

E dopo?

Non potevo più vivere così. Decisi di andare in Corea del Sud con un amico. Infondo, un tempo eravamo stati lo stesso paese. Ma come arrivare a Seoul senza passare dal Nord Corea?
Comprammo una cartina geografica dell’Asia, e per la prima volta nella mia vita venni a conoscenza del Laos, del Vietnam, della Cambogia, e in particolare della Thailandia, dove c’era l’ambasciata della Corea del Sud, e anche una base delle Nazioni Unite che accoglieva i rifugiati politici. Era là che eravamo diretti.
Viaggiammo per mesi, a volte a piedi e a volte in pullman: prima attraverso la Cina, poi attraverso Vietnam e Laos. Spesso ci ritrovavamo a camminare in fitte foreste per giorni. Incontrammo molte tribù locali: erano loro a indicarci la strada. Altre volte ci orientavamo con il sole.
E finalmente raggiunsi la Thailandia, dove mi mandarono a Seoul.

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Gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e il Giappone hanno strappato questa terra in due pezzi.
Sun Mu

Un nordcoreano a Seoul

Com’è stato arrivare in Corea del Sud?

Fu uno shock. Non mi piacque per niente. Quando arrivai mi dissi “eccola qui, la società capitalista e corrotta di cui parlavano in Corea del Nord”.
Quando iniziai a studiare arte all’università di Seoul, mi ritrovai catapultato in questa copia mal riuscita dell’Occidente, in cui gli studenti coreani parlavano di business, indossavano abiti moderni e occidentali, con piercing, tatuaggi, e capelli colorati. Era una società a cui non appartenevo.
Nessuno mi parlava: ero nordcoreano, e i nordcoreani erano strani, facevano paura. Faticavo persino a capire la loro lingua, pur essendo infondo la stessa.
Ma con il passare degli anni seppi integrarmi e cambiare la mia visione delle cose.
Oggi, non accuso né la Corea del Nord, né la Corea del Sud. Ho capito che non c’è giusto o sbagliato: esistono solo sistemi diversi, facce diverse della stessa moneta.
Personalmente ritengo che in Corea del Sud esista libertà personale ma non politica. Nel senso che uno può fare ciò che gli pare: sposare chi vuole, fare il lavoro che vuole, e vivere esattamente come gli piace. Ma a livello politico, la Corea del Sud è sempre stata schiava dell’Occidente.
In Corea del Nord è l’opposto: politicamente il paese non è schiavo di nessuno, ma non c’è libertà personale.

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Anche se siamo diversi, lasciateci giocare insieme.
Sun Mu

Cosa pensi della riconciliazione tra Nord e Sud?

Sono felice che le cose stiano migliorando, e spero sia l’inizio di una nuova amicizia tra Nord e Sud.
I miei genitori, i miei fratelli e sorelle vivono ancora là. E a volte sogno addirittura che i due paesi si riuniscano in uno solo.
Poi mi rendo conto che sarebbe impossibile: sono due paesi che non si conoscono più, divisi da settant’anni. Persino la lingua che parliamo è diventata diversa.
Inoltre, la Corea del Sud è avanzata, sviluppata, ricca, mentre la Corea del Nord è nettamente inferiore. Se si unissero, sarebbe una situazione di prevaricazione, con la Corea del Sud che controlla la Corea del Nord.
Ma forse un giorno la Corea del Nord si svilupperà e si aprirà abbastanza da essere pari alla Corea del Sud. E allora, solo allora, forse una nuova unione potrà avvenire, in maniera del tutto naturale, senza prevaricazioni.
Confido molto nei giovani, nelle nuove generazioni: il futuro è nelle vostre mani. Spero che un giorno, molti giovani come te decideranno di visitare la Corea del Nord. Dovete sapere, dovete vedere con i vostri occhi che c’è un paese reale laggiù, con delle persone reali che ci vivono.

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Corea del Sud, Corea del Nord, incontriamoci e facciamoci un buon drink
Sun Mu
=(sun mu)
Le mie figlie dicono “nonna, vogliamo incontrarti”
Sun Mu
È chiaro che non sono robot, ma esseri umani. Eppure hanno dovuto imparare una cieca obbedienza per vivere là.
Sun Mu

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